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Forum a Teramo promosso dall’Asl, confronto aperto con gli esperti del settore

Salute e Sanità, quali strutture e infrastrutture da programmare e progettare?

di Paola Pierotti | pubblicato: 17/02/2020
«Gli investimenti in sanità generano non solo benessere, ma anche ricchezza e occupazione e hanno una profonda valenza sociale»
Stefano Cianciotta
Salute e Sanità, quali strutture e infrastrutture da programmare e progettare?
«Gli investimenti in sanità generano non solo benessere, ma anche ricchezza e occupazione e hanno una profonda valenza sociale»
Stefano Cianciotta

Come si organizza la macchina della salute? Come si fa innovazione manageriale e progettuale in ambito sanitario? Come si ottimizzano gli investimenti, prestando attenzione alla domanda del paziente, del cittadino e del territorio, e al contempo proponendo una revisione dei contenuti che guardi al futuro? Su questi temi si è concentrato il forum organizzato dall’Asl di Teramo, in vista di un impegno concreto nella riprogettazione delle proprie infrastrutture sanitarie. Un incontro dedicato all’ex direttore generale Roberto Fagnano, mancato prematuramente, e al contempo una giornata di studi «sulla cultura manageriale, concetto introdotto solo da pochi decenni con leggi che puntano all’efficienza e all’efficacia dei processi sanitari. Questo ambito – ha spiegato il Direttore Generale Maurizio Di Giosia – si caratterizza ora come un’azienda in cui si promuove innovazione organizzativa, si investe sul capitale umano e si fa ricerca e sperimentazione anche in ambito digitale, ed è il luogo dove si individuano nuovi strumenti gestionali, si sperimentano modelli di risk management e si applicano le soft skill. Questi processi sono destinati a produrre dei riflessi positivi sulla comunità che ospita le strutture ospedaliere».

Un incontro tra tecnici ed esperti, in dialogo con la politica, che si è detta pronta ad ascoltare anche in considerazione di una «cabina di regia organizzata per dare uniformità alle diverse iniziative del territorio regionale» ha spiegato l’assessore regionale alla Salute Nicoletta Verì.

Sostenibilità, equità e accessibilità, inclusività, meritocrazia e competenze, prevenzione e comunicazione. Questi alcuni temi evidenziati da relatori come Claudio D’Amario direttore del dipartimento di Sanità della Regione Abruzzo, Niccolò Persiani professore di Medicina Sperimentale e Clinica all’Università di Firenze e Antonio Veraldi responsabile dell’area sanità e regioni del Foum Pa. Focus sui nuovi strumenti di programmazione degli investimenti in infrastrutture e tecnologie, senza trascurare il capitale umano per rendere la sanità più moderna, vicina e inclusiva, anche trovando, attraverso l’innovazione, un modo per colmare il divario tra bisogni crescenti delle persone e risorse disponibili calanti.

Veraldi ad esempio ha richiamato l’attenzione anche sull’ipotesi di una Connected Care, che richiede un cambiamento organizzativo per dare risposta all’esigenza di continuità di cura. Sempre considerando gli effetti sul territorio.

Ecco che il Presidente dell’Osservatorio Nazionale Infrastrutture Confassociazioni, Stefano Cianciotta, ha fornito in questo contesto i numeri e dati relativi alla spesa sanitaria italiana. «Nel 2018 – ha detto – ha raggiunto i 115,4 miliardi di euro, vale a dire il 6,5% del PIL nazionale. Se al PIL della filiera privata (5,5%) si aggiunge anche il valore aggiunto diretto, indiretto e indotto generato dalla componente pubblica si ottiene un valore aggiunto complessivo che rappresenta il 12% del Pil Italia. Anche la Sanità è stata interessata negli ultimi anni da tagli lineari e ha diminuito la propria spinta a investire, con il risultato che è accelerata l’obsolescenza delle strutture e delle tecnologie sanitarie. Per l’ammodernamento sono necessari 32 miliardi di euro. Gli investimenti in sanità generano non solo benessere, ma anche ricchezza e occupazione e hanno una profonda valenza sociale in quanto contribuiscono a migliorare le cure e la qualità della vita dei cittadini-pazienti. Nella definizione e realizzazione degli investimenti è essenziale condividere una strategia che coinvolga tutti gli stakeholder del territorio».

Quale modello di ospedale, quindi, per la sanità pubblica che cambia? Gianfranco Carrara, Professore ordinario di Architettura Tecnica dell’Università La Sapienza di Roma, nel suo intervento ha precisato che non esiste un “modello” ma che risulta necessario ragionare sulle inefficienze in fase di organizzazione, sugli sprechi, per poter ottimizzare il progetto e possibilmente comprimere i tempi. Dalla sua esperienza, le criticità sono spesso legate a mancate politiche di programmazione, di gestione e di controllo della spesa e «a tutti i livelli gerarchici, risulta necessaria la compresenza di una committenza politicamente consapevole e tecnicamente preparata, oltre ad una struttura direttiva di tipo tecnico-amministrativo, capace di attuare le scelte di programmazione sanitaria e realizzative, verificando con continuità gli scostamenti dei dati risultanti dalla gestione rispetto a quelli programmati, per intervenire nel corso di tutto il processo di programmazione, progettazione, attuazione, gestione ed esercizio».

Angelo Cordone, direttore generale dell’Azienda Socio-Sanitaria Territoriale Melegnano e della Martesana, è intervenuto nel dibattito sottolineando le differenze di iniziative portate a termine con dei project financing e altre con appalti integrati: il secondo generalmente meno costoso, ma il primo più rapido. Maurizio Mauri, Presidente della Fondazione "Action for Hearth Institute" e del Cneto ha concluso il dibattito ricordando che «si calcola che in 10 anni cambi più dell’80% delle nostre conoscenze e tecnologie e quindi delle modalità di diagnosi e cura» e che la nuova medicina deve anticipare le necessità della salute, essere predittiva e preventiva, con trattamenti su misura, capace di coinvolgere il paziente e precisa per ogni persona. Considerazioni preliminari per spiegare che i nuovi ospedali devono integrare le aree della degenza, la piastra servizi, l’accoglienza e l’area dedicata alla ricerca e alla didattica, «facendo ruotare tutto intorno al malato. Si deve passare da divisioni medico-centriche a processi di diagnosi e cura centrati sul paziente, ad un sistema di servizi – ha spiegato Mauri – coordinati per la salute e integrati a rete». Da qui anche una proposta per un nuovo sistema diffuso con dei “provider” che affianchino gli attuali servizi del Sistema sanitario nazionale e possano contribuire in modo determinante per la parte gestionale, creando connessioni dirette tra i primary care, le riabilitazioni, i centri diagnostici e le strutture ospedaliere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tag: salute
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