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«Città interrotta perché si è cessato di immaginarla». Ricordando Argan, il progetto di Tari Architects: ascoltare e costruire nuove visioni

Roma, città delle occasioni mancate o capitale del futuro? Una campagna animata dai giovani architetti

di Paola Pierotti | pubblicato: 14/06/2020
Pietro Salini richiama l’attenzione sul mancato investimento in infrastrutture, «sui centri commerciali diventati la piazza del presente», «sulla bruttezza cosmica di alcuni fabbricati in alcuni quartieri produttori di disagio sociale. L’architettura è madre di tutto questo e chi fa l’architetto e vede questo non può fermarsi».
Roma, città delle occasioni mancate o capitale del futuro? Una campagna animata dai giovani architetti
Pietro Salini richiama l’attenzione sul mancato investimento in infrastrutture, «sui centri commerciali diventati la piazza del presente», «sulla bruttezza cosmica di alcuni fabbricati in alcuni quartieri produttori di disagio sociale. L’architettura è madre di tutto questo e chi fa l’architetto e vede questo non può fermarsi».

Da Patricia Viel a Stefano Boeri, sono molti gli architetti - anche non romani e inseriti in un contesto internazionale - che da tempo sostengono che la città del futuro sia Roma. «Sarebbe molto bello che Roma diventasse un progetto nazionale perché rappresenta il futuro del mondo. Dentro c'è la natura selvaggia, l'agricoltura, tutte le tipologie di popolazione, di diluizione dei comportamenti». Parole dell’architetto Stefano Boeri nell’incontro "Ascoltare l'architettura" organizzato dall'Ordine degli Architetti di Roma, dove ha dichiarato che la Capitale rappresenta «una sfida gigantesca che non possiamo forse lasciare solo a Roma». Patricia Viel lo ripete da tempo, studiandola da vicino da anni, visto che con il suo studio Antonio Citterio Patricia Viel è impegnata in diversi grandi cantieri nella Capitale. Primo tra tutti quello del nuovo headquarter Enel in via Regina Margherita e in piazza Verdi, ma anche per la valorizzazione di alcuni hotel nel centro storico. La Viel è stata tra l’altro coinvolta come ‘ambasciatrice’ dell’architettura nell’ambito della presentazione della prima edizione “Reinventing Cities” promossa dal Comune di Roma (scadenza prorogata al 6 luglio), sottolineando la centralità del rapporto tra pubblico e privato.

Consapevolezza e visioni. Ma da dove si riparte? Cos’è oggi Roma e cosa può diventare? Come far apprezzare il valore dell’architettura anche fuori dalla cerchia ristretta degli addetti ai lavori? Il pensiero corre alla “Roma interrotta” del 1978 ricordando la frase di Giulio Carlo Argan «Roma è una città interrotta perché si è cessato di immaginarla».

Nel 2008, nell’ambito della Biennale di Venezia alle Artiglierie dell’Arsenale è stata allestita la mostra “Uneternal City”. Trent’anni da “Roma interrotta”, dodici visioni progettuali su Roma e la sua periferia con i contributi di alcuni studi, romani e internazionali. Tra loro: Centola Associati, Delogu Associati, Giammetta & Giammetta, Labics, n!studio, Nemesi, t-studio, BIG (Danimarca), Clark Stevens-New West Land (Usa), Koning Eizenberg Architecture (Usa), MAD (Cina), West 8 (Olanda).

Ancora, nel 2015 il Comune di Roma con il Maxxi, nell’ambito di un progetto promosso da Bnp Paribas Real Estate, ha coinvolto una quindicina di atenei italiani e internazionali per proporre delle visioni per la capitale, “Roma 20-25 Nuovi cicli di vita della metropoli”, considerando la mappa della città metropolitana.

Quale futuro? Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha portato il suo contributo alla maratona digitale Visionary Days (13 giugno) ricordando che «la freddezza e la diffidenza dei giovani rispetto alla politica, la sempre più rara disponibilità che si registra a un confronto circolare, di idee, di proposte, di suggestioni rendono la comunità nazionale più fragile. E rendono più incerta e più difficile la possibilità di individuare una strada per progettare il futuro in questo mondo ormai globalizzato». E ancora, «disegnare il futuro comune è, per definizione, compito precipuo della politica. Progettare il futuro diventa ancor più delicato, più cruciale dopo questa grave crisi provocata dall’insorgere della pandemia, che ha sconvolto la quotidianità della nostra vita, mettendo in discussione abitudini consolidate e mettendo in discussione comportamenti scontati».

Disegnare il futuro, con una visione per Roma. Ricordate le tappe più recenti, preso atto della particolare situazione del Paese, in un tempo in cui la campagna elettorale a Roma non è ancora entrata nel vivo, si fa spazio un progetto culturale che mette il futuro di Roma sotto la lente dei giovani talenti. Parte dagli architetti, ma non vuole fermarsi lì. È questo l’obiettivo del progetto “Visioni romane” promosso dai due trentenni soci dello studio romano Tari Architects, Marco Tanzilli e Claudia Ricciardi.

Da chi è nata l’idea. Tanzilli, classe 1989, e Ricciardi, classe 1991, sono i fondatori dello studio con base a Roma, vincitori nel 2020 del premio “Europe best40Under40 architects”. Formazione accademica accanto al professor Alfonso Giancotti (che oggi affiancano come assistenti nel suo corso alla Sapienza) e gavetta professionale a Boston nello studio Le Freniere Architects e ancora a Roma, con lo studio Nemesi. «Ma grazie alla gratificazione di un secondo premio, con un buon rimborso spese, in un concorso a Seoul – racconta Tanzilli – ci siamo decisi rapidamente a metterci in proprio. Continuiamo a fare concorsi, anche con buoni risultati, a Roma facciamo piccole ristrutturazioni». Ma per Tari il futuro ha orizzonti più ampi e si vede dal sito web dello studio, dove i progetti spaziano dalla Russia all’Arabia Saudita, dalla Lituania alla Corea, anche con numerosi riconoscimenti. Roma rimane un chiodo fisso e nelle settimane di lockdown, quando tutto si è rallentato, è nato il progetto “Visioni romane” ideato e curato appunto da Tari Architects, con Artribune come media partner: un dibattito a più voci sulla condizione dell’architettura della Capitale, per discutere sulla possibilità di «restituire all’architettura quel ruolo politico, nel senso etimologico e più nobile del termine, che nella storia le è sempre spettato».

Conversazioni e contenuti, in attesa di una mostra già in fase di progettazione e in programma per il prossimo autunno con 6 studi italiani e 6 internazionali, coinvolti per immaginare in chiave contemporanea spazi della città che per la collettività sono ritenuti “Intoccabili”. Da Piazza del Popolo a Piazza Venezia, visioni possibili, traguardando il 2100, in un’esposizione prevista all’Hotel Plaza di via del Corso, per essere fruita soprattutto dai non addetti ai lavori, e magari un giorno trovare spazio, sui dei cavalletti, open air, proprio nei luoghi ri-progettati.

Visioni romane in pillole. In ogni puntata di questo raccolto, l’ospite delle conversazioni promosse dallo studio Tari è un personaggio pubblico (proveniente dal mondo dello spettacolo, della politica, dello sport, dell’arte, dell’imprenditoria) in dialogo con il professor Alfonso Giancotti della facoltà di Architettura dell’Università di Roma Sapienza, con lo stesso Tanzilli, e, a rotazione, con un rappresentante di un altro giovane studio d'architettura del panorama nazionale. Le conversazioni sono moderate da Marco De Donno, collaboratore della testata Artribune.

Roberto Morassut, Mogol, Claudia Gerini, Jago, Francesco Rutelli, Antonio Romano, Giampaolo Massolo, Michela Di Biase, Pietro Salini questi gli ospiti delle prime nove puntate. Tra i protagonisti delle prossime anche Rocio Munoz Morales e Giovanni Malagò. Sarà invitata al dialogo anche la stessa sindaca di Roma, Virginia Raggi. E tra i giovani studi coinvolti Orizzontale, Mrc Architetti, Studio Bianco, Then Architecture, AutAut Architects, Iosa Architecture, Set Architects, Superficial Studio e Atelier Quagliotto.

«Roma oggi è una città delle occasioni mancate». Lo dice Michela Di Biase, consigliera della Regione Lazio, che guarda al futuro di Roma, facendo trasparire la sua specifica formazione, con una laurea in storia e conservazione del patrimonio artistico, e al contempo forte del suo impegno nell’associazionismo, a partire dal suo quartiere, quello dell’Alessandrino. Michela Di Biase «con un filo di rammarico e malinconia» spiega come sta Roma citando una strada, «la via Casilina, una consolare importante nell’antica Roma, oggi degradata. È la via che va da Porta Maggiore alla periferia estrema, dove si incontra un patrimonio storico straordinario, con il mausoleo di Elena a Torpignattara, piuttosto che il parco archeologico di Centocelle. La Casilina è sinonimo di cos’è Roma, con potenzialità straordinarie inespresse – dice – che nella migliore delle ipotesi non sono conosciute nemmeno dai romani».

Marco Tanzilli dialoga con la Di Biase spostando l’attenzione dalle periferie al centro storico «ricordando l’immobilismo contemporaneo. Roma è sempre stata una città che ha fatto dell’arte e dell’architettura il suo baluardo, ad un certo punto si è fermata». «La scommessa rimane quella di riempire i vuoti anche entro il perimetro delle mura aureliane, penso ad esempio all’area archeologica davanti all’Altare della Patria – dice la Di Biase – ma la sfida più avvincente è in periferia. Bisogna ricucire i lembi del tessuto e l’architettura oggi deve fare da tessitore di una trama, a partire dai luoghi più danneggiati». L’elenco delle criticità è lungo, la burocrazia è in cima alla lista e poi ci sono le normative: «il regolamento edilizio è fermo al ‘34» dice Michela Di Biase, replica Tanzilli «oggi se vuoi modificare la città, devi andare in deroga a qualsiasi strumento». «Se un investitore privato decide di venire a Roma, ma impiega 18 mesi per ottenere un permesso di costruire – commenta ancora la Di Biase – è scontato che opterà per delle alternative, e Roma perderà delle occasioni». Più in generale «i progetti a Roma hanno il fiato corto, guardando ai prossimi 5, 10 anni e non ai prossimi 50, ci si pregiudica la visione. Stiamo facendo manutenzione ordinaria, non progettazione e così Roma perde la sua identità, Roma non è certamente allineata con i parametri del city branding di altre capitali europee. La Capitale è in affanno e proprio in un tempo come questo, fuori dalla campagna elettorale, bisogna sforzarsi di studiare, capire dove si è più carenti e fare innovazione, con tavoli interdisciplinari».

«Roma è l’unico fenomeno al mondo di una città che è talmente stratificata, per struttura urbana e per gli eventi succeduti, da essere effettivamente eterna. Ha una vocazione pluri-universale ed è impossibile limitare l’analisi al tempo corrente. Anche la sua progettazione quindi – commenta Francesco Rutelli, ex sindaco della Capitale - deve tenere conto di questi suoi caratteri unici al mondo». L’attrice Claudia Gerini sintetizza con un’immagine la descrizione della sua città: «Roma è come una bella donna trascurata, abbandonata a se stessa», mentre Pietro Salini, ceo di WeBuild (precedentemente Salini Impregilo) la racconta con un elenco di suggestioni: «Roma è casa, è la vita, sono i canoni estetici, i colori, il profumo, il barocco, il luogo dove si torna. È un privilegio e nascere a Roma: segna per sempre. La sua bellezza eterna attrae anche quando è in rovina, i romani rimangono romantici». Salini richiama l’attenzione sulla mancata manutenzione del verde «se non iniziamo con il tagliare l’erba, il resto è filosofia. Al Comune di Roma lavorano 57mila dipendenti, un numero analogo a quelli della General Electric, ma - commenta - non c’è nessuno in grado di far funzionare un tagliaerba. Al roseto comunale ci sono 60 impiegati e solo 2 sono giardinieri». Un esempio concreto per dire che Roma è una città che va curata a partire dalle cose minute, «serve un’idea di futuro. Oggi la nostra Capitale ha il sistema della mobilità di una città africana, un sistema di metropolitane che è pari a quello di un quartiere di altre grandi capitali europee. Da troppi anni la progettazione ha abbandonato questa città, per le infrastrutture ma anche per la trasformazione di quartieri» e tra gli altri cita lo Sdo (dove in questi mesi ha ripreso quota il progetto della sede Istat e di altre iniziative legate all'Università, ndr). E come Michela Di Biase ha proposto un focus sulla via Casilina, Salini ha scelto come esempio l’area dell’Ostiense. «Sono appassionato d’arte romana – racconta - e ho fatto una visita recente al museo della Centrale Montemartini, che è una meraviglia assoluta. Ho parcheggiato non vicino per fare una passeggiata ma questo pezzo di città mi è sembrato quello di una città mediorientale, appena bombardata, distrutta. La città va progettata per essere utilizzata, qui l’urbanistica è mancata».

Da costruttore, Salini accende un faro sul tema della vita del calcestruzzo che «dovrà diventare centrale in questi anni: tutte le costruzioni degli anni ’50 e ‘60 sono morte, il problema è serio e l’abbiamo riscontrato direttamente, quando siamo stati coinvolti nei cantieri della metropolitana che abbiamo seguito in questi anni nella Capitale». Più in generale Pietro Salini richiama l’attenzione sul mancato investimento in infrastrutture, «sui centri commerciali diventati la piazza del presente», «sulla bruttezza cosmica di alcuni fabbricati in alcuni quartieri produttori di disagio sociale. L’architettura è madre di tutto questo e chi fa l’architetto e vede questo non può fermarsi». Un appello diretto alla responsabilità sociale dell’architettura. Domande concrete che attendono nuove visioni.

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Tag: città
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