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Pritzker a Rcr Arquitectes: i commenti degli architetti e dei critici italiani

di Paola Pierotti | pubblicato: 02/03/2017
Uno studio, forse poco noto, ma di grande e sofisticata qualità. Scelta giusta e saggia, un segnale etico. Una sorpresa. Ci si allinea al clima di rifiuto dello star system architettonico
Pritzker a Rcr Arquitectes: i commenti degli architetti e dei critici italiani
Uno studio, forse poco noto, ma di grande e sofisticata qualità. Scelta giusta e saggia, un segnale etico. Una sorpresa. Ci si allinea al clima di rifiuto dello star system architettonico

Rafael Aranda, Carme Pigem e Ramon Vilalta hanno vinto il premio Pritzker 2017. Per la prima volta il nobel dell’architettura è stato assegnato ad uno studio, a quello degli spagnoli Rcr Arquitectes. “Sono progettisti fantastici che comunicano un nuovo modo di fare architettura. Non conosco un altro studio a livello internazionale a cui viene dedicato ogni due anni un numero di El Croquis – dichiara Benedetta Tagliabue, una dei giurati del premio – sono locali e incredibilmente universali, sanno unire il mondo artigianale con quello professionale”.

La storia di questo studio è iniziata quasi quarant’anni fa: i tre architetti hanno aperto il loro ufficio ad Olot, in Spagna, nella loro città di origine. Una coppia e un terzo compagno di studi, una partnership consolidata che ha iniziato la sua attività in Catalogna per poi spingersi lentamente oltre i confini nazionali, approdando in paesi come Francia e Belgio. “Ogni 3-4 anni organizzano un seminario estivo che raccoglie intorno a loro centinaia di professionisti da tutto il mondo. Nel loro studio lavorano una trentina di professionisti – spiega l’architetto Tagliabue – e i progetti si caratterizzano per una forte attenzione alle radici del territorio, con inevitabili ricadute nella radicalità del modo di progettare e costruire”, utilizzando in modo creativo materiali moderni.

“Rcr Arquitectes – continua Tagliabue - ha firmato le case dei soci e degli artigiani che lavorano con lo studio, dal fabbro al falegname. Il Pritzker quest’anno è andato a uno studio che progetta architetture per la gente normale, che ha iniziato la propria carriera con ristoranti incredibili che hanno ospitato chef da stelle Michelin, e poi hotel che offrono esperienze indimenticabili. Quelle di Rcr Arquitectes sono architetture lontane dalle capitali, un’occasione per molti per conoscere nuove realtà, speciali e lontane dai riflettori”.

“Sicuramente una buona scelta – ha commentato Giuseppe Nannerini, direttore dell’industria delle costruzioni - sono bravissimi. Nel 2010 abbiamo pubblicato un loro lavoro: la biblioteca Sant Antoni - Joan Oliver a Barcellona. E poi El Croquis nel 2007 aveva dedicato il numero, bellissimo, al gruppo catalano. Sono attenti al paesaggio e ai materiali che usano con rispetto e raffinata padronanza. Una scelta giusta, anzi saggia – ha aggiunto Nannerini - un segnale etico. Il Parco de la Arboleda da solo vale il premio”.

Appena annunciata la notizia è corsa sulle bacheche dei social con la sorpresa e il favore dei più. “L'Architettura (re)esiste”. Ha commentato Gianluca Peluffo, socio dello studio 5+1AA. “Il Pritzker a Rcr è una piacevolissima sorpresa, per il semplice motivo che in molti ci eravamo ormai arresi all'idea che il premio avesse preso una strada "terzomondista" un poco coloniale, un poco, diciamolo pure, ipocrita. Soprattutto temevamo che si volesse premiare e promuove l'ideologia facile e a buon mercato svincolata dal linguaggio, che è il vero strumento politico di noi architetti”. Rcr sono semplicemente e solamente architetti. “Non fanno i finti sociologi, non fanno i finti ecologisti, non fanno i finti salvatori del mondo. Lo salvano realmente, progettando, costruendo, spiegando con il linguaggio; partendo da una quasi periferia del mondo, con uno studio di dimensioni umane, nel senso del valore dei rapporti fra chi lavora, che può implicare solo dimensioni contenute. Il loro linguaggio – conclude l'architetto genovese - parla di invenzione nello specifico, di stupore come conoscenza, di materia fisica come dialogo fra uomo e luogo”. Peluffo parla di (ri)inizio e associa questa scelta a quella della Grafton come curatrici della prossima Biennale: “Forse non tutto è perduto”.

“E’ stato premiato uno studio, forse poco noto, ma di grande e sofisticata qualità – ha commentato Stefano Boeri alla notizia dei vincitori del Pritizker 2017 -. Non solo nei dettagli e nella scelta dei materiali, ma anche nella potenza plastica dell’architettura. Una traiettoria inconfondibile e solo in parte riconducibile alla storica tradizione catalana”. “Una buona scelta, sono contento per loro – ha aggiunto Fabrizio Barozzi dello studio italo-spagnolo EBV – l’aspirazione alla bellezza e alle sperimentazioni che dichiarano credo siano importanti. È un insegnamento la loro capacità di saper trasformare in linguaggio universale un vincolo locale”.

 “La prima cosa da dire sull’assegnazione del quarantesimo Pritzker è che il gruppo premiato fa gran bei progetti, molto ben ambientati nel proprio spazio ma anche nel proprio tempo, decisamente contemporanei. La seconda – commenta Pippo Ciorra, senior curator del Maxxi - riguarda un certo stupore per l’insistenza nelle motivazioni sul fatto che non sia un singolo ma un gruppo che collabora stabilmente da più di trent’anni. Ogni tanto il Pritzker se n’è dimenticato, ma è vero anche che già in altre occasioni la giuria ha premiato dei sodalizi, come per Sanaa ed Herzog & De Meuron. Probabilmente l’accento messo sulla modalità “collaborativa” serve alla giuria, guidata da un’antistar come Murcutt, ad allinearsi al clima di rifiuto dello star system architettonico che oggi si porta molto. L’ultima considerazione è sul fatto che per la seconda edizione consecutiva il premio va a progettisti di area ispano-americana (in questo caso catalana), il che ci fa pensare che forse il ruolo di Benedetta Tagliabue nella giuria è tutt’altro che secondario”.

Il Pritzker Prize è un premio che "viene assegnato ogni anno per onorare annualmente un architetto vivente le cui opere realizzate dimostrano una combinazione di talento, visione e impegno, e che ha prodotto contributi consistenti e significativi all'umanità e all'ambiente costruito attraverso l'arte dell’architettura”, così recita il sito del prestigioso e storico riconoscimento. “Non dice che l’obiettivo è quello di consacrare nomi già molto noti per farli entrare, beati tra i beati, in modo irreversibile, nell’empireo delle celebrità mondiali. Come per il Nobel, attribuito spesso a personalità e a discipline sconosciute ai più, non trovo nulla di strano che si siano individuati tre professionisti, per la prima volta uno studio, peraltro molto conosciuti nel settore dell’architettura, che incarnano pienamente il talento, la visione e l’impegno. Quest’anno, più che mai – ha commentato Donatella Bollani, Deputy Editor di Domus - penso si stia andando nella direzione giusta”. “Mi sembra una scelta in linea con l'onda antiglobalizzazione che ha investito il pianeta, e che riguarda anche le archistar. Il premio in questa edizione – ha aggiunto Margherita Guccione, direttore del Maxxi Architettura - riconosce tre architetti bravi, creativi e legati al contesto. Sono davvero belli i loro interventi sullo spazio pubblico: un segnale su quanto sia importante la qualità diffusa dell'architettura nel paesaggio contemporaneo”.

“Iconica, tendenzialmente frugale, compatta, asciugata, sintetica - così Valerio Paolo Mosco definisce l’architettura di Ramón Vilalta, Rafael Aranda e Carme Pigem - un’architettura perfettamente in linea con il gusto contemporaneo. È buona norma come ci ha insegnato Gombrich di considerare il gusto del proprio momento come opposto a quello precedente. Per cui agli aggettivi di prima sostituiamo i loro opposti ed abbiamo la stagione decostruttivista o di ipermodernismo digitale collassata con l’avvento della grande crisi che ci ha insegnato che le risorse non sono infinite e che il brillante cinismo è una maschera difficile da portare di fronte alla serie preoccupazioni di un domani che per pudore o paura neanche più si ipotizza. Non è geniale l’architettura dei tre spagnoli, ma vedendola si respira un po’ di buon senso dopo gli orrori prestazionali dei vari Libeskind, Van Berkel, Rashid e Hadid la cui arroganza merita a stento quella pietas con cui è doveroso vedere gli eventi e le forme depositati ormai da tempo nell’enorme deposito storico delle fregnacce moderniste”.

“Il Pritzker a Rcr è una bella notizia. Sono architetti che producono spazi, che lavorano con la materia e con il suo “spessore”. Le loro architetture – racconta l’architetto Giovanni Vaccarini - dialogano (spesso si fondono) con il paesaggio e il territorio. Non solo, sono stati premiati per la qualità del loro lavoro, un lavoro spesso a margine di quello che è lo star system internazionale. Evviva l’architettura”.

“Studio Rcr (Rafael Aranda, Ramon Vilalta e Carme Pigem), sono i primi spagnoli a rinvincere l’ambito premio Pritzker 2017 dopo Rafael Moneo nel 1996. Con la loro architettura umana, legata alla terra e al territorio con radici profonde, lavorando a sei mani e vedendo con sei occhi, da un paesino vicino a Girona, Olot”. Così Teresa Sapey, italiana e con studio a Madrid ha commentato il premio. “Rcr ha dimostrato al mondo che la buona architettura è quella che parla all’uomo con un linguaggio apparentemente semplice e modesto. La loro è una formazione professionale triangolare, un fortunato ménage à trois. Di origini umili – ha aggiunto - hanno visto lavorare duramente e manualmente i loro genitori. Questo rispetto per il sudore e la fatica si rispiecchia nelle loro scelte architettoniche dove la terra, la natura, gli orti e i pollai assumono un dignitá architettonica non vista prima. Il locale diventa universale e la natura ritorna ad essere la fonte di ispirazione di questa professione. Non feriamo piú il territorio, ma curiamolo e amiamolo. Grazie Studio RCR per questa lezione di rispetto e umiltà”.

Una buona scelta anche per il critico Luigi Prestinenza Puglisi. “Rcr sono bravi come è bello e un po' scontato il corten che usano in abbondanza, rendendoli, a volte a buon mercato, insieme nuovissimi e antichissimi. Scegliendo loro, i giurati dicono no a Big, a Holl e alle archistar che avrebbero più titoli ed edifici per meritare il premio. Si passa da un Pritzker che prende atto dell'esistente a un premio operativo (di critica operativa?)”.

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Tag: arte; città; cultura; spazi pubblici; tecnologia; uffici
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