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Una mostra a Innsbruck con quattro installazioni, metafora di altrettante parole chiave

L’architettura parla. Cosa dice quella di MVRDV?

di Francesco Fantera | pubblicato: 09/07/2019
«Architecture Speaks ci ha portato a riflettere sul nostro lavoro, a definire delle categorie e contestualizzare i progetti realizzati»
Nathalie de Vries
L’architettura parla. Cosa dice quella di MVRDV?
«Architecture Speaks ci ha portato a riflettere sul nostro lavoro, a definire delle categorie e contestualizzare i progetti realizzati»
Nathalie de Vries

Il pixel, un’unità di misura capace di cambiare forme e contenuti. Il villaggio, la sede ancestrale della comunità. Il progetto architettonico, un sistema-attivatore di innovazione e socialità. Una pila, una catasta come simbolo della densità del costruito. Sono questi i quattro concetti che lo studio olandese MVRDV ha scelto per raccontarsi al Tyrolean Architecture Center (AUT) di Innsbruck, dove è stato inviato facendo seguito alla presenza di altri studi di fama internazionale come Snøhetta (2017) e Lacaton & Vassal (2018). La mostra, che quest’anno prende il nome di “Architecture Speaks: The Language of MVRDV” (L’architettura parla: il linguaggio di MVRDV), rimarrà aperta fino al 28 settembre presso l’Adambräu, un ex birrificio. L’installazione realizzata ad hoc si articola in quattro torri colorate attraverso cui lo studio ha declinato i temi che guidano le proprie scelte progettuali. I visitatori si interfacceranno con contenuti testuali, immersivi e interattivi.

Attraverso strumenti innovativi e più tradizionali, come foto, audio e video, ciascuna struttura sviluppa un racconto autonomo e indipendente tramite un media diverso, rendendo così unica l’esperienza vissuta e riuscendo, al tempo stesso, ad andare incontro alle esigenze di un audience variegata. «Occasioni come questa sono sempre utili per condividere il nostro approccio all’architettura» sottolinea Nathalie de Vries, fondatrice di MVRDV assieme a Winy Maas (direttore della rivista Domus per il 2019) e Jacob Van Rijs. «Ancora più importante, però, il fatto che dar vita ad “Architecture Speaks” ci ha portato a riflettere sul nostro lavoro, a definire delle categorie e contestualizzare i progetti realizzati in uno scenario più ampio rispetto a quello che riguarda solo il nostro studio».

Le torri. Ad ispirare la scelta di rappresentare sotto forma di colonne alcune parole chiave del vocabolario dei progettisti, sono state le particolari condizioni dettate dagli interni dell’Adambräu. Questi quattro volumi sono stati pensati anche come provocazione rispetto al tema della densità abitativa, questione sempre più attuale viste le tendenze globali all’inurbamento. Inoltre, per chiarire l’approccio e il concept delle diverse installazioni e sgomberare il campo da interpretazioni errate, lo studio olandese ha scritto un vero e proprio manifesto.

Pila (inteso come catasta). «Non c’è densità senza accumulo» si legge sul documento. «Difficile pensare ad un modo che non sia quello di organizzare le funzioni del costruito verticalmente, anche per andare incontro alla “fame” di edifici e urbanizzazione delle nostre città. Fra i nostri obiettivi c’è quello di studiare le condizioni che permettono di rendere accessibili al pubblico anche i piani più alti di questi volumi, non solo i livelli inferiori. I nostri esperimenti ci hanno portato a testare la possibile ridefinizione dei grattacieli stessi. Esempi concreti sono i nostri progetti per le Taipei Twin Towers e il Vanke Headquarter a Shenzen, dove al tradizionale edificio monolitico abbiamo sostituito una serie di elementi spaziali dinamici e sovrapposti».

Pixel. «L’evoluzione del linguaggio delle nostre architetture ci ha portato a considerare un’unità di misura che appartiene ad un mondo diverso dal nostro, ma che rende bene l’idea di un elemento dalle dimensioni ridotte che allo stesso tempo funge da contenitore flessibile. Utilizzando il pixel come unità di misura – recita il manifesto – si possono trovare soluzioni che rendano lo spazio individuale un luogo dove vivere, lavorare, giocare e riposare. Con il supporto di “Function Mixer”, un software sviluppato da noi, abbiamo spinto molto sulla creazione di edifici o interni in grado di ospitare funzioni molto diverse fra loro come l’headquarter della DNB ad Oslo o il complesso KoolKiel a Kiel.

Villaggio. «Per noi rappresenta una metafora rispetto alla necessità di considerare il contesto urbano quando si affrontano dei progetti abitativi. In un villaggio – scrive MVRDV – le case sono raggruppate e condividono alcune strutture utili alla comunità, preservando così la variazione e il senso di solidarietà oltre che andare incontro al bisogno di socialità proprio di ogni essere umano. In diverse situazioni abbiamo esplorato nuove opzioni con l’obiettivo di generare delle residenze accessibili e personalizzate. Tutti elementi rintracciabili nei nostri interventi a Ypenburg, Nieuw Leyden e Traumhaus Funari».

Attivatore. «Siamo convinti che l’industria delle costruzioni dovrebbe innovare di più e che gli edifici potrebbero e dovrebbero essere più produttivi. Il tessuto urbano – spiega MVRDV sul manifesto – dovrebbe essere in grado di attivare e stimolare processi sociali. Dobbiamo spostare la nostra attenzione sulla creazione di più spazi, usi e significati con una forte attenzione all’impatto ambientale. Nostri progetti come la Book Mountain Library a Spijkenisse, il Couch Tennis Club di Amsterdam e le Stairs to Kriterion a Rotterdam, hanno lo scopo di attivare processi di engagement nei confronti degli abitanti».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tag: città; cultura; residenziale; spazi pubblici; tecnologia
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