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L’intervista all’architetto e urbanista, curatore del Padiglione Italia alla prossima Biennale di Venezia

Melis: «Il futuro della città? Una giungla popolata da strane creature»

di Francesca Fradelloni | pubblicato: 30/09/2020
«Non si deve ipotizzare un’idea di città, ma rendere più inclusiva la città. Non si deve creare spazio costruito per vivere meglio, ma dobbiamo vivere meglio in questo spazio costruito esercitando modalità di solidarietà e di convivenza»
Alessandro Melis
Melis: «Il futuro della città? Una giungla popolata da strane creature»
«Non si deve ipotizzare un’idea di città, ma rendere più inclusiva la città. Non si deve creare spazio costruito per vivere meglio, ma dobbiamo vivere meglio in questo spazio costruito esercitando modalità di solidarietà e di convivenza»
Alessandro Melis

Risveglio, è una delle sue parole preferite. Qualcosa di necessario per distoglierci dall’inerzia. Secondo Alessandro Melis, curatore del Padiglione Italia alla Biennale di Architettura di Venezia 2021, fondatore dello studio di architettura e design Heliopolis 21 con sedi a Pisa e a Berlino, co-direttore della Cluster for Sustainable Cities e fondatore del Media Hub della University of Portsmouth nel Regno Unito, in questo periodo il movimento è fondamentale. Un periodo segnato da crisi profonde, pieno di rischi. «Bisogna muoversi affinché questi rischi possano essere considerati positivamente», dice. E i rischi oggi si chiamano climate change.
Un cambiamento che non implica solo uno scenario diverso, ma uno scenario che non sarà mai uguale, che cambierà in continuazione. 

Cambiamento climatico e architettura, viene da chiedersi quale sia la relazione.
Me lo chiedono in tanti. La relazione è fortissima. L’architetto influisce ed è determinante sia dal punto di vista negativo che dal punto di vista positivo. L’architetto è colui che crea, costruisce case, palazzi, agglomerati urbani e produttivi. I cluster e la loro trasformazione sono la causa maggiore di emissioni di Co2. Gli architetti sono il braccio armato, in un certo senso, del cambiamento climatico. Nel frattempo non siamo stati capaci di produrre un’idea, una visione per le nostre città. Anzi, oggi nel dibattito pandemico noto che la maggior parte di noi ha individuato le soluzioni dell’abitare nella trasformazione delle case. Oggi non dobbiamo decidere come è fatta una casa, ma dobbiamo pensare se il concetto di casa come l’abbiamo concepita fino a questo momento, ha senso. Ma io mi chiedo e vi chiedo, può bastare? O dovremmo pensare a rileggere e reinterpretare le relazioni tra gli uomini? 

E l’aspetto positivo del ruolo dell’architetto nella rivoluzione ecologica?
Nell’architetto, storicamente, è intrinseco il ruolo dell’utopia: Leonardo Da Vinci, Leon Battista Alberti, sono un esempio del ruolo profondo dell’architettura. Un approccio visionario è la lente che oggi ci serve per comprendere questa realtà. L’unica ricetta è instillare nei giovani, che non sono condizionati da una vecchia mappa mentale che è determinata dagli ultimi 100 anni di storia, la capacità di essere creativi, radicali e anche estremi. Perché sarà la capacità creativa che ci porterà al risveglio e a un’idea di cambiamento che sarà capace di affrontare un tempo così mutevole. Bisognerebbe ampliare la nostra idea di città. Non trasformarla e basta. È quello che facciamo all’interno del mio Media Hub, il primo open lab nato con l’obiettivo di studiare l’innovazione tecnologica nel campo della progettazione climatica ed ambientale. Conosciuto nel mondo accademico per aver introdotto in architettura i cosiddetti “hybrid teaching methods” e per aver integrato BIM, computazione, e fluidodinamica nella progettazione climatica. 
Quindi il tema non è introdurre la natura all’interno della città, ma come realizzare un habitat coerente con l’ecologia. Noi abbiamo creduto che esistesse una condizione dell’uomo al di fuori della natura. Noi abbiamo costruito un mondo competitivo con la natura, per poi scoprire che questi artefatti, anti-ecologici, hanno una componente autodistruttiva.

Tutto questo ovviamente non si concilia con l’estrema verticalizzazione del costruito. Penso all’evoluzione che sta avendo la città di Milano, cosa ne pensa?
Non ho nulla in contrario. Sono consapevole che ci sia anche un problema di consumo del suolo. Però mi chiedo: che idea urbana e sociale c’è in tutto questo? E io le rispondo che c’è un’idea e non solo non la condivido, ma penso sia una idea vecchia di città. Viviamo un momento storico in cui il tipo di pensiero che serve è quello divergente, che è soprattutto l’abilità di vedere molteplici risposte ad una medesima domanda. Penso soprattutto in questo periodo di pandemia. Una città per resistere alle tempeste perfette, deve essere resiliente, deve essere come una giungla popolata di strane creature, questa è la città del futuro. 

Cioè?
Il Covid è uno dei tanti sintomi della pressione urbana e costruttiva che ha fatto saltare i sistemi. È nato da uno spillover, un salto di specie, certo potrebbe essere nata in una grotta da un pipistrello, ma è stata l’attività umana a scatenarla. Siamo anche noi una specie animale, legata in modo indissolubile alle altre, nelle nostre origini e nella nostra evoluzione, in saluta e in malattia. Noi siamo andati a intaccare gli habitat in cui si trovavano questi serbatoi di virus. Se non capiamo che non ci salveremo senza ristabilire un equilibrio tra noi e la natura, se non capiamo questo quando ripensiamo alle città non ha senso la nostra progettazione per un futuro più vivibile. In sostanza, quello che voglio dire è che: non si deve ipotizzare un’idea di città, ma rendere più inclusiva la città. Non si deve creare spazio costruito per vivere meglio, ma dobbiamo vivere meglio in questo spazio costruito esercitando modalità di solidarietà e di convivenza. 

Ci sono esempi di questo senso?
Sì! La risposta positiva al Covid è venuta da contesti politici, Zelanda e Islanda, in cui il primo ministro è donna. Quindi semplificando: la reazione migliore è avvenuta  in una area occidentale, ma periferica, portata avanti dal genere più bistrattato, quello femminile. Ecco che il successo dei processi progettuali, che mirano alla resilienza della città, sarà proporzionale alla diversità di coloro che partecipano alla loro realizzazione. In questo senso, la maggiore inclusività – considerando ad esempio la prospettiva femminile – col suo potenziale originale, è più importante del progetto o dello scenario estemporaneo. La città che conosciamo, la sua mancanza di resilienza sono i prodotti di una società centrata sull’uomo. Questo è quello che dovremmo mettere in discussione. 

Parliamo di un argomento attualissimo e in sintonia con i suoi temi: il Recovery Fund. Il governo ha già stilato alcune linee guida del suo piano: digitalizzazione e innovazione; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per mobilità; istruzione e formazione; equità di genere e territoriale; salute. Cosa ne pensa?
L’idea che mi sono fatto è che c’è uno scollamento, in tutti i Paesi, tra il mondo scientifico e la politica. Una incapacità di comunicare che non ci fa portare avanti idee innovative e far fare scelte lungimiranti. La politica è quella cosa che dovrebbe adoperarsi per creare nuovi paradigmi, senza atteggiamenti conservatori. Parlare di transizione ecologia e rivoluzione verde, e se ne parla da vent’anni comunque, sono concetti vuoti se non si costruisce questa relazione profonda. L’unica cosa certa, evidente è che non esiste nessuna transizione ecologica senza un cambiamento sociale e politico tendente all’inclusività e alla resilienza. È più importante avere primi ministri donna che uno stato conservatore che fa politiche ecologiche. Ed è per questo che il tema da me scelto alla Biennale di Architettura sulle comunità resilienti è sempre più attuale. 

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