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Bim, gestione manageriale e multidisciplinarietà per una rivoluzione del progetto

L’ingegneria diventa etica. Ceas: «oggi si vince solo se si fa sistema»

di Francesca Fradelloni | pubblicato: 12/11/2020
«Per andare incontro al futuro e agli innumerevoli cambiamenti che s’incontrano sulla strada ci vuole un’altra prospettiva, oggi»
Bruno Finzi
L’ingegneria diventa etica. Ceas: «oggi si vince solo se si fa sistema»
«Per andare incontro al futuro e agli innumerevoli cambiamenti che s’incontrano sulla strada ci vuole un’altra prospettiva, oggi»
Bruno Finzi
Una società con un sistema valoriale molto definito. Una visione pronta ad aggiornarsi sempre, senza mai perdere il senso di appartenenza e con l’idea che la progettazione oggi debba essere di qualità e attenta alla comunità. Dati e progetti, ma anche grandi “idee” che hanno lasciato il segno nel costruito e nel contesto urbano in cui sono nate, come Eataly Milano, Museo Fondazione Prada, City Life, la Torre di 160 metri d’altezza Intesa San Paolo di Torino, piazza Gae Aulenti, solo per fare alcuni esempi. La storia di Ceas, Centro analisi strutturale, è stata raccontata durante la conferenza stampa, in digitale, con la partecipazione della prima linea dell’azienda. 
«Quarant’anni e più di costruzione di futuro, 1.155 progetti realizzati, 114 commesse aperte, 460 milioni di euro in opere progettate negli ultimi 5 anni, 40 specialisti, quasi 2,7 milioni di metri cubi in costruzione, sono i nostri numeri, la nostra storia passata e presente», racconta Patrizia Polenghi, presidente del Cda, direttore Strategia e Sviluppo. E quale sia la cifra della società lo si capisce da subito, anche nelle scelte dei suoi consulenti e collaboratori, come il fotografo (e ingegnere) Jacques Pion, che con le sue foto cattura la luce dei progetti, e Elio Carmi, uno dei maggiori esperti nel settore del branding, con il suo pensiero visionario. 
 
Ingegneria, con arte e con coraggio, si potrebbe dire. «Perché per andare incontro al futuro e agli innumerevoli cambiamenti che s’incontrano sulla strada ci vuole un’altra prospettiva, oggi», racconta Bruno Finzi, socio fondatore di Ceas e consigliere delegato. «I tempi sono cambiati, prima del 1997 i finanziamenti erano illimitati, ora sono gestiti meglio e questo ha avuto l’effetto di una qualità maggiore. E su questo si gioca tutta la competitività, in questo sistema allargato, in questo sistema mondo. E bisogna partire da un presupposto: c’è spazio per tutti, non ha senso farsi la guerra. La parola magica è network e collaborazione», continua Finzi. Non bisogna essere esclusivi perché da qui ai prossimi dieci anni c’è lavoro per tutti. Oggi si deve lavorare così. «Ci si siede al tavolo con almeno tre società, da soli non si va da nessuna parte. E in testa una traccia da seguire: resilienza, sostenibilità e rigenerazione. Non siamo in gara per fare il grattacielo più alto, il ponte più lungo. A noi lavorare così non interessa», dice il fondatore. Una grande rivoluzione per l’ingegneria. «Il progetto vive a lungo, vince, nel momento in cui ci si chiede: per l’ambiente e per l’etica che cosa ci conviene fare?». 
Una storia con un passato glorioso. Dal 1980, quando un gruppo di ingegneri specializzati nel calcolo strutturale, decide di far nascere Ceas, tanti i lavori prestigiosi eseguiti: la ristrutturazione dello stadio Meazza di Milano e dello stadio Olimpico a Roma, ma anche a grandi opere, come ad esempio, il Passante ferroviario del capoluogo lombardo. Fino a il Piano urbano parcheggi del Comune di Milano, che nel 1999, offre alla società l’occasione per formare un primo gruppo di progettazione multidisciplinare. Per poi atterrare, oggi, nel cambiamento dello skyline di Milano, ma anche nella fruizione della città stessa. Il complesso di Porta Nuova, la sede della Fondazione Prada, il nuovo polo City Life e infine le grandi opere infrastrutturali per Expo, sono solo alcune delle opere più in vista. «E le piazze hanno problemi con la cittadinanza, con la viabilità. Abbiamo imparato a dialogare per poter “fare”. L’unità di intenti, la concertazione, il bene della collettività per noi è un elemento fondante della nostra azienda», spiega ancora la Polenghi. 
 
Capire l’importanza delle competenze nuove e trasversali, dell’elaborazione delle idee con analisi e studio, la scelta dell’innovazione come nuovo linguaggio, nuove linee di business, la crescita è stata una conseguenza. «Non ci interessa diventare una società di 300 persone, ma fare esperienze e collaborare per il “nuovo”. Per noi è questo l’unico modo perché il “sistema Italia” possa davvero dirsi competitivo» precisa la Polenghi.  «Così che abbiamo capito come il progetto stava subendo e affrontando una rivoluzione, ora tutto deve ruotare su tre punti cardine: la digitalizzazione, la gestione manageriale e la multidisciplinarietà. La filiera delle costruzioni ha colto la sfida, e noi pure», racconta Mauro Savoldelli, consigliere delegato e direttore generale. «Stanno mutando tutti gli attori che partecipano ai progetti. Non esistono più le società semplici, oggi abbiamo dei fondi di investimento che partecipano in modo attivo al progetto. Sono cambiati anche i professionisti e la normativa si è specializzata. Oggi è tutto diverso dal 2000, non potevamo far finta di niente. I progetti sono affollati e articolati, ci sono figure molto attive: i paesaggisti, l’inclusore sociale. Cambiano le professioni, i contenuti, gli approcci e cambia la qualità che migliora. Senza mai abbandonare le due parole chiave: costi e tempi», conclude Savoldelli. Insomma, la ricetta è gestire in maniera multidisciplinare il progetto. Ogni singolo aspetto è interesse di tutti, chi ha ruolo specialistico deve considerare sempre il quadro generale. La visione. E con questa visione che il gruppo oggi tra il Bim e la sua asciutta lettura del reale ha costruito il business vincente. Mettendo in conto che, anche se il committente, oggi col digitale, può interrogare parti del modello ricco di informazioni, anticipare le scelte e valutarne i possibili rischi, entrare dentro il progetto, fare delle simulazioni, modificare l’involucro, valutarne l’impatto e far vivere l’edificio nel tempo, bisogna fare i conti con la realtà. Che oggi richiede una progettazione integrata, che deve essere supportata da una forte componente di gestione e di management. E, come dice chi ha realizzato l’identità di marca, Elio Carmi, «Ceas è nata come una start, ma nell’anima lo è rimasta, con la sua forte carica di innovazione e il suo saper essere sempre così moderna». 

In copertina: Torre Intesa Sanpaolo, immagine tratta da ceas.it

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