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Tra le priorità: prevedere team multidisciplinari, investire nel management e rafforzare il dialogo con il cliente

Dieci idee perché progettisti e committenti ridiano fiducia ai concorsi

di Gabriele Del Mese | pubblicato: 26/01/2017
"Il committente non è solo la figura che paga, ma chi ha anche il diritto di poter scegliere quello che ritiene sia il meglio per la comunità che rappresenta e amministra"
Dieci idee perché progettisti e committenti ridiano fiducia ai concorsi
"Il committente non è solo la figura che paga, ma chi ha anche il diritto di poter scegliere quello che ritiene sia il meglio per la comunità che rappresenta e amministra"

Il sistema dei concorsi è un nodo dolente per il sistema Italia. Basti pensare alla sfiducia generale nei confronti di questo strumento o ricordare il dibattito in corso sulla gara per una cinquantina di scuole in attesa di una commissione a 3 mesi dalla consegna di oltre 1200 proposte. Ecco quindi un appello rivolto a quanti sono coinvolti nelle attività professionali relative alle costruzioni, affinché si inizi un rinnovamento che guidi il Paese verso un mondo costruito migliore, partendo proprio dalla pratica dei concorsi di progettazione. Forse alcuni suggerimenti proposti sembrano irrealizzabili, ma si auspica un urgente rinnovamento anche per tutelare il committente che non deve essere visto solo come la figura che paga, ma come quella che ha il diritto di poter scegliere quello che ritiene sia il meglio per la comunità che rappresenta e amministra.

Non esiste un metodo ‘perfetto’ per la scelta di un progetto di concorso o di un team di progettazione: le procedure tradizionali hanno spesso creato dissapori e polemiche, prestandosi anche ad abusi o corruzione. Il metodo attuale per la scelta dei vincitori non è ideale: spesso i concorsi di progettazione, sia di idee che ad invito, producono scelte univoche di progetti da parte delle giurie e queste potrebbero non essere condivise né amate dall’ente committente. Per eliminare il più possibile questo rischio, che è uno dei fattori che porta all’abbandono di tanti progetti, sarebbe opportuno introdurre nei concorsi un meccanismo di ‘protezione’ nei riguardi del committente e della comunità che userà l’opera.

Concorsi di idee aperti a tutti. Come accade in molti Paesi anche l’Italia si serve di concorsi di idee, aperti a tutti, per stimolare proposte innovative o insolite al fine di risolvere problemi urbanistici o architettonici. I concorsi di idee sono una buona cosa: definiscono in modo semplice, generico e senza troppe limitazioni il tema su cui misurarsi. Sono ammessi a parteciparvi categorie di tecnici sia specifici che di larghe e generiche competenze, non richiedono esperienze particolari né curriculum specialistici, né tantomeno garanzie di organizzazione aziendale o record di fatturati. In questo tipo di concorso le proposte progettuali vengono presentate in modo anonimo e la giuria ne seleziona una vincente esaminando un numero limitato di elaborati, senza avere nessuna idea dell’esperienza o capacità progettuale del candidato. Il compito della giuria è quello di selezionare un'idea progettuale che, se bene elaborata, possa diventare una buona architettura. La giuria generalmente predilige proposte capaci di trasmettere emozioni, e spesso ignora quelle meno appariscenti anche se più funzionali. Resta che il concorso di idee ha l’indubbio vantaggio di scoprire e aprire le porte del successo a nuovi talenti.

Le criticità. Sebbene questo sistema abbia generato negli ultimi 150 anni molte opere di buona architettura, tuttavia è sempre stato cagione di scandali, fallimenti e discussioni sia tra i partecipanti che tra i politici, le giurie e i clienti. Il lato negativo più importante di questa procedura consiste nel fatto che inevitabilmente si finisce con il confondere l’idea scelta dalla giuria con il suo progetto reale (basti ricordare la lunga triste saga della Sydney Opera House, nata appunto con questo sistema). Ancora, altri rischi risiedono nel fatto che la giuria possa selezionare uno schema che il cliente non vuole, oppure che scelga un architetto che sa progettare ma che non ha idea alcuna di come costruire. O ancora potrebbe scegliere progettisti che non hanno alcuna esperienza né di progettazione né di costruzione, ma che sono ricchi di idee interessanti se sviluppate attraverso un dialogo proficuo col cliente o con i suoi advisor di supporto.

È facile immaginare i problemi enormi che derivano da una scelta non condivisa dal committente, con dissapori, conseguenze legali e ricorsi, e spesso con l’imposizione forzata di altri studi di progettazione a supporto del vincitore che, generalmente, non accetta di buon grado altri progettisti che ritiene intrusi. Non di rado, a causa di questi dissapori, i lavori vengano abbandonati o cancellati.

Concorsi ad invito. A causa dei frequenti e seri problemi insiti nel sistema dei concorsi di idee aperti a tutti, la tendenza odierna degli enti pubblici e di molti imprenditori privati, è quella di affidare importanti lavori a progettisti, o gruppi di designer, che per poter partecipare abbiano requisiti accertati e controllati dall’ente banditore. In questo caso, il concorso potrebbe anche essere aperto a tutti quelli che hanno i requisiti richiesti dal bando, oppure, più comunemente, può essere per invito ad un numero limitato di studi professionali che soddisfino i requisiti del bando. Con questo sistema l’ente banditore si assicura la partecipazione di team di progettisti competenti, ma rinuncia alla possibilità di poter abbracciare e sviluppare idee veramente interessanti, innovative e insolite che potrebbero essere proposte da concorrenti non necessariamente specialisti in quel settore.

L'opportunità del concorso. Il sistema di procurarsi opere pubbliche attraverso competizioni e concorsi è un metodo importante per un Paese democratico, e va incoraggiato e sostenuto perché può dare alla comunità grandi opere di architettura. Va comunque ricordato che, qualunque sia il sistema di selezione, alla base di tutto deve esserci il principio che l’opera costruita debba soddisfare le necessità della comunità che ne dovrà usufruire e che, trattandosi di opere pubbliche, l’ente che le commissiona ha l’obbligo di controllarle, gestirle e giustificarne i costi.

Come garantire la soddisfazione del committente? Coinvolgendolo da subito nella scelta del vincitore, senza essere confinato ad accettare passivamente il verdetto di una giuria che potrebbe scegliere un progetto non condiviso. Una proposta per il miglioramento di questo sistema sarebbe quella di proporre come scopo del concorso non il solo progetto, ma primariamente un team multi-disciplinare che, attraverso una proposta progettuale, mostri di essere il migliore per capire e risolvere il problema in esame. Questo vuol dire che la soluzione di progetto legata al concorso non deve essere ritenuta ‘intoccabile’, ma che deve essere considerata come base di un progetto da cui partire per svilupparlo in accordo e col contributo del committente. In gran misura, accade così con i grandi investimenti immobiliari privati gestiti da developer internazionali.

Dieci proposte per cambiare passo:
1) i concorsi devono essere sempre e solo a fase singola e sottoposti in modo anonimo;
2) devono essere banditi solo se c’è copertura finanziaria sia per la progettazione che per la costruzione dell’opera;
3) un concorso bandito deve obbligatoriamente essere portato a termine, quindi si devono prevedere adeguate penali se l’ente banditore non procede a realizzare l’opera entro tempi ragionevoli programmati e stabiliti in fase di concorso stesso;
4) i concorsi devono prevedere un team di management, di controllo e poi di dialogo da parte del committente che sia coinvolto nel progetto dalla fase di concorso alla sua costruzione;
5) i concorsi devono obbligatoriamente richiedere e coinvolgere fin dall’inizio team di progettazione multi disciplinari, per esempio oltre agli architetti e urbanisti devono essere presenti i componenti delle varie specializzazioni delle ingegnerie ed eventuali specialismi;
6) devono prevedere un compenso adeguato sia in fase di concorso che di sviluppo e controllo di cantiere;
7) la giuria, comunque scelta, non deve selezionare un unico vincitore ma raccomandare con motivazioni al committente i migliori 3 concorrenti in base agli schemi di progetto presentati e alla composizione del team di progettazione;
8) la scelta finale del vincitore spetta al committente che, assistito dai suoi esperti ed eventuali specialisti, la farà dopo un colloquio con i team; selezionati dalla giuria. Il colloquio sarà finalizzato a capire quale team integrato, tra quelli raccomandati dalla giuria, abbia la miglior sintonia e attitudine per la comprensione e quindi soluzione delle esigenze e i problemi del cliente;
9) essendo questo metodo orientato a selezionare un team oltre che uno schema non rigido di progetto, il risultato del processo può prevedere ritocchi anche sostanziali allo schema presentato in fase di concorso affinché questo risponda meglio alle esigenze del committente e della comunità che questi rappresenano;
10) infine, il metodo dell’appalto integrato deve essere rimosso totalmente dal sistema italiano.

No all’appalto integrato. Il sistema dell’appalto integrato per le opere pubbliche fu introdotto in Italia nel 2004 per coinvolgere l’impresa ad un certo punto del percorso progettuale, cioè in un secondo tempo, rendendola così proprietaria del progetto sviluppato e creato da altri. L’obiettivo era quello di eliminare i contenziosi e le riserve. In realtà questo sistema si è rivelato un'utopia. L’appalto integrato è ammesso ora, nel nuovo Codice dei Contratti Pubblici, solo quando l’elemento tecnologico e innovativo delle opere è nettamente prevalente nell’ambito dell’importo dei lavori da svolgere. Finora si è rivelato sempre un vero fallimento. L’affidamento congiunto della progettazione ed esecuzione dei lavori sarebbe una procedura chiara e senza equivoci solo se riferita e condotta col sistema di ‘Design and Build’ del mondo anglosassone, in cui l’impresa entra dall’inizio in gara con una sua proposta progettuale, sulla quale ovviamente non dovrebbe poi fare riserve. Si ricordi che con l’appalto integrato gli ‘inventori’ della proposta progettuale vengono estromessi a metà percorso sostituendoli con progettisti scelti e assoldati dall’impresa, con la sola eccezione della figura dell’architetto, per rendersi conto della carenza insana di questo sistema. Non si trascuri che rimuovere i progettisti iniziali è una mossa certamente non saggia da parte del committente perché essi, oltre ad avere una responsabilità professionale, rappresenterebbero in definitiva la migliore garanzia che il committente ha sia per controllare l’impresa, che per assicurarsi la qualità dell'opera stessa.

Le proposte sopra abbozzate, relative al sistema di concorso per progettazione e costruzione di opere di architettura, possono certamente essere discusse e migliorate, ma rappresentano forse un passo avanti per disciplinare e migliorare il patrimonio delle costruzioni nel nostro Paese.

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