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Il direttore internazionale del gruppo francese fa un punto sul futuro delle città e sulle opportunità del post-emergenza

Felici (Artelia): Ripensare i modelli di pianificazione, i metodi di costruzione e il mix energetico

di Paola Pierotti | pubblicato: 26/04/2020
Si può iniziare a immaginare edifici “mutanti”, flessibili, permeabili, con delle destinazioni d’uso anche temporanee. Milioni di metri quadri sono attualmente non occupati.
Lorenzo Felici
Felici (Artelia): Ripensare i modelli di pianificazione, i metodi di costruzione e il mix energetico
Si può iniziare a immaginare edifici “mutanti”, flessibili, permeabili, con delle destinazioni d’uso anche temporanee. Milioni di metri quadri sono attualmente non occupati.
Lorenzo Felici

«Sento, leggo, osservo (dalla finestra) i vari commenti sulla crisi Covid-19 (o crisi dei sistemi) e diventa sempre più difficile spiegare ai figli cosa stia realmente accadendo e quello che accadrà dopo il lockdown. Mi vorrei rivolgere alla mia generazione per cercare, insieme, risposte chiare e sincere per i nostri figli, accettando anche l’imprevedibile, ma attivandoci per farli crescere in un paese migliore di quello che abbiamo trovato». Lorenzo Felici, direttore internazionale della società di ingegneria Artelia, ricorda il libro “La peste” di Albert Camus e cita la domanda “Tutti vogliono pensare che la peste può venire e se ne può andare, senza che il cuore dell'uomo ne sia modificato: ma può essere così?”. 

Sono bastati un paio di mesi per indebolire le nostre imprese e rimettere in questione alcuni paradigmi della macroeconomia. Di fronte all’invisibile virus, ci si interroga sul perché e sul come. Quali le sue domande, guardando la situazione con l’occhio del manager di una multinazionale?
Già. Mi chiedo come fa un’economia mondiale ad essere così fragile e cadere profondamente in pochi giorni. Che lusso poter ragionare mentre altri, eredi di post crisi dei subprime del 2009 si sono appena rialzati inventandosi nuovi lavori, molti dei quali precari. Abbiamo assistito ad una “UBERizzazione” del tessuto lavorativo negli ultimi anni, eravamo forse chissà, in equilibrio. Mi interrogo sul potere degli stati, quasi assoluto, capace di far applicare la stessa legge a tutti (o quasi). Ragiono anche su quanto sia importante lo scambio, per la vitalità della nostra economia e del suo equilibrio. Quanti viaggi e trasferte ho dovuto fare dall’iniziato la mia carriera. Abbiamo imparato in un mese, quanto contiamo poco senza questa moltiplicazione di scambi di persone e merci da un'estremità all'altra del globo.

E se si mette nei panni dell’urbanista, su cosa pensa bisognerebbe concentrarsi dopo questa crisi?
Ho dei dubbi sul modello contemporaneo della città o meglio della metropoli, artefice e piattaforma di questi scambi. Mi chiedo se l’iper-concentrazione di popolazioni nelle aree urbane abbia ancora senso. In questi giorni tra l'altro ho ripensato alle scene del film Mega-cities di Michael Glawogger con 12 storie di sopravvivenza nei mega centri urbani contemporanei.
Riapriremo le nostre attività e le nostre aziende il più rapidamente possibile, ma in che modo? Business “as usual”, ma con quali nuovi obiettivi individuali e professionali? Qualcosa deve accadere visto che, dall'inizio di questa crisi, tutti richiusi, i due valori si stanno confondendo: i confini tra dentro e fuori, tra protetto e scoperto, tra famiglia e lavoro: lo spazio privato e pubblico stanno cambiando paradigma.
Chi non era sul fronte dell’emergenza sanitaria si è preso del tempo, anche ingegnandosi per salvare se stesso e la propria azienda, per trovare nuove opportunità per tutelare “impieghi”. Ma alla fine il rischio più grande sarà forse, come diceva Churchill, quello non “sprecare una buona crisi”.

Su cosa si fondano secondo lei alcune opportunità legate alla crisi Covid-19?
Da anni si parla di mettere in atto delle rivoluzioni per contrastare un sistema pubblico inefficiente, per fare sistema. Pensando alle città, ricordo l’urgenza di rinnovare e fare manutenzione del nostro patrimonio (periferie, scuole e ospedali edifici pubblici abbandonati in primis). La crisi è un'opportunità per ripensare i nostri modelli di pianificazione urbana.
A metà del '300 in Europa morirono 20 milioni di persone. Fu una delle più grandi pandemie di tutti i secoli e portò alla fine del Medioevo. Ricordiamo che le grandi epidemie hanno dato vita al movimento igienista, per il Barone Haussmann per esempio è stata l'occasione per strutturare la pianificazione urbana contemporanea di Parigi. In effetti, per uscire dalla città medievale, protettiva, ma ritenuta sporca e fonte di epidemie, è stata ridisegnata la progettazione di alloggi e viali e sono state completate le principali reti di approvvigionamento di acqua potabile e servizi igienico-sanitari.

Questa nuova crisi sanitaria quindi come opportunità per ripensare i nostri modelli di pianificazione urbana?
Senza ribadire la questione dell’immondizia nella Capitale, mi chiedo se le nostre città, progettate e costruite, oggi proteggono veramente i loro abitanti dalle crisi sanitarie. In tal caso, perché le persone nei centri urbani fuggono in campagna non appena hanno i mezzi o la possibilità? Le città medio piccole con meno di 200mila abitanti ben collegate con i “business center” e ben attrezzate al livello sanitario non potrebbero rappresentare il modello di città del futuro?
I nostri modelli urbani di mega-cities tendono sempre più alla densificazione e nei secoli proprio questa le ha rese più sicure dalle invasioni. Oggi la città densa ha un'impronta di carbonio inferiore rispetto alla città tentacolare, ma l'iper-concentrazione di popolazioni, e gli usi che essa genera, la portano al limite, come si è verificato nel caso di una crisi sanitaria.

Quale equilibrio ipotizza quindi, tra la densificazione che funziona dal punto di vista ambientale e la logica del distanziamento, che limiterebbe efficacemente la diffusione di virus e batteri?
Alla luce di questa crisi, è anche interessante osservare il modo in cui sono strutturate le nostre città e i vari usi che si fa dello spazio pubblico oggi iper-controllato dalle nostre “forze pubbliche”. Milioni di metri quadri per settimane inoccupati, deserti e privi di destinazione d’uso. Mentre le popolazioni si trovano spesso in spazi angusti, come possiamo immaginare di poter avere intere aree di città che non sono più utilizzate? Ho domande e non risposte per ora: le panchine delle nostre piazze verranno smontate? Se si limiterà l’accesso agli spazi pubblici, ai luoghi d’incontro, di cultura, di leisure, cosa diventerà il modello urbano. ideale, europeo? 

Emergenza sanitaria e ambientale. Molti studi mostrano un legame diretto tra la comparsa di nuovi virus e la perdita di biodiversità. Il rilancio simbolico dell'ambiente a cui stiamo assistendo è una prova che possiamo agire anhe per il clima. Da cosa partire?
Senz’altro bisogna iniziare con serietà e concretezza a fare qualcosa per il clima e l'ambiente, per inventare un nuovo modello di sviluppo più saggio e sobrio.
Naturalmente, il contenimento e il completo arresto dell'economia sono risposte estreme. Come manager di una società di consulenza e ingegneria internazionale, penso che abbiamo un ruolo importante da svolgere nell’esigere un cambiamento drastico dei metodi di costruzione e delle forniture, e nel ripensare il mix energetico in tutti i progetti che progettiamo.
Il crollo del consumo di elettricità nelle ultime settimane e i prezzi dell'energia di fatto (in particolare solare ed eolico che hanno registrato prezzi negativi), ci mostrano anche che un'economia globale più contenuta sulla questione energetica sia possibile.
Se non ci pensiamo noi, ci penserà la crisi climatica che è in rapido aumento. Sta già uccidendo e colpendo molte più persone dell'attuale pandemia.

Il virus può essere considerato un acceleratore per la creatività e la cultura manageriale. Potrebbero prendere piede nuovi modelli di organizzazione? Qualche idea?
Richiamerei lo slogan "Pensa globale, agisci localmente" che mai come oggi acquista senso. Potrebbe essere l’occasione per rimpatriare i nostri centri di produzione, ovvero fare il trasferimento delle nostre attività industriali in Europa: è possibile ma ha un costo.
Si potrebbero ristrutturare intere fabbriche e centri di produzione dismessi e abbandonati dagli anni ‘90 e riattiavarli in modalità Green. O ancora immaginare di costruire dei centri secondari di produzione (a basso consumo energico) per ridurre la dipendenza e la priorità data alle filiere corte.

Guardando al futuro, all’urbanistica post-Covid, ha un’idea più generale sulla valorizzazione del patrimonio inutilizzato? E per la progettazione ex novo?
Si potrebbe fare un passo avanti per capire la reversibilità delle infrastrutture e degli edifici che si progettano e avviare una nuova mappatura generale delle destinazioni d’uso, partendo dagli edifici pubblici abbandonati, disagiati e incompiuti. Si può iniziare a immaginare edifici “mutanti”, flessibili, permeabili, con delle destinazioni d’uso anche temporanee. Milioni di metri quadri sono attualmente non occupati o anche mal occupati in attesa di essere “qualificati”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tag: città
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