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Visione e operatività. Tra le priorità ci sono i concorsi di architettura, le gare ristrette, la rigorosità per studi di fattibilità e dpp, il project management e la comunicazione

Don Giuseppe Russo è il volto della Chiesa-committente: le carte del successo

di Paola Pierotti | pubblicato: 12/06/2014
"Il Servizio edilizia di culto della Cei cerca di lavorare nell’ottica di bene comune promuovendo progetti complessi, e non solo di assolvere a funzioni puramente amministrative. Generalmente gli enti pubblici non colgono l’opportunità culturale di iniziative come la costruzione di una nuova chiesa, vogliamo provare ad invertire questa tendenza"
don Giuseppe Russo
Don Giuseppe Russo è il volto della Chiesa-committente: le carte del successo
"Il Servizio edilizia di culto della Cei cerca di lavorare nell’ottica di bene comune promuovendo progetti complessi, e non solo di assolvere a funzioni puramente amministrative. Generalmente gli enti pubblici non colgono l’opportunità culturale di iniziative come la costruzione di una nuova chiesa, vogliamo provare ad invertire questa tendenza"
don Giuseppe Russo

La Chiesa-committente ha un volto ed è quello di monsignor Giuseppe Russo che da nove anni è responsabile del Servizio edilizia di culto. Ingegnere, under50, Russo è la figura chiave che ha promosso e incentivato il lavoro della Cei che complessivamente in 15 anni ha promosso concorsi di architettura per 18 nuove chiese e ne ha costruite 12. Russo lo scorso anno ha ricevuto il premio di “architetto onorario” assegnatogli dal Consiglio Nazionale degli Architetti proprio per l'interpretazione del ruolo di committente di alta qualità.

Monsignor Russo, ogni anno in Italia si costruiscono 30-40 nuove chiese, qual è il valore aggiunto che apporta la Cei?
La Cei attraverso il Servizio edilizia di culto accompagna diocesi e parrocchie dimostrando che il processo edilizio si presidia attraverso l’attenzione alle persone. Molto spesso quando chiacchiero con i responsabili degli uffici locali mi rendo conto che ci chiedono aiuto in merito ai finaziamenti o alle pratiche, con una logica tipica da uffici pubblici. Il Servizio edilizia di culto della Cei cerca di lavorare nell’ottica di bene comune promuovendo progetti complessi, e non solo di assolvere a funzioni puramente amministrative. Generalmente gli enti pubblici non colgono l’opportunità culturale di iniziative come la costruzione di una nuova chiesa, vogliamo provare ad invertire questa tendenza.

Concretamente, quali tipi di difficoltà incontrate?
Ci sono diocesi che pianificano di realizzare una nuova chiesa, acquistano il terreno e inviano alla Cei una richiesta di finanziamento (la Cei copre i costi per circa il 75% della spesa complessiva). Ma quando noi riceviamo la proposta, e si mette in moto la macchina, ci rendiamo conto che non è stato fatto nessun lavoro sul territorio, che magari manca ancora la variante al piano urbanistico per poter costruire la struttura religiosa. Inevitabilmente in questi casi passano anni e i nostri fondi restano bloccati.

Il Servizio edilizia di culto propone un cambio di passo. Come?
La nuova logica prevede che parrocchie e diocesi si attivino con tutti gli enti di riferimento, facciano un percorso di dialogo e condivisione locale con la politica e la comunità e poi chiedano il supporto della Cei. Concretamente, l’idea è quella della conferenza dei servizi.

State lavorando con una formula nuova e sperimentale in tre città: Viareggio, Forlì e Cinisi. Qual è il metodo?
Queste tre realtà hanno coinvolto enti pubblici e privati, hanno attivato un processo di partecipazione, davanti a loro hanno l’obiettivo del concorso di architettura che sarà bandito però solo dopo aver messo a punto un serio studio di fattibilità e un documento di progettazione preliminare ben fatto.
Le Pa capiscono quando l’operazione culturale è di alto livello e di ampio respiro, e a quel punto si attivano per risolvere i problemi; si svestono dalla più tradizionale concezione amministrativa e attivano un percorso di condivisione. L’abbiamo sperimentato.

La Cei invita diocesi e parrocchie a chiamare in campo, come rappresentante della committenza, la figura del project manager, una scelta operativa che nasce dalla vostra esperienza?
Il project manager per noi è una figura essenziale, comincia il lavoro dal giorno zero. Per noi è l’alter ego della committenza, valorizza le sue doti di dialogo, flessibilità, capacità di coordinamento, sa ottimizzare le risorse, conciliare nei conflitti, ha ampia visione.

Monsignor Russo, lei lavora molto anche sul tema della comunicazione dell’architettura, perché ritiene sia tanto importante?
Il committente responsabile deve saper comunicare, deve favorire il dialogo, deve avere un ruolo formatore. Quando lanciamo i concorsi, le diocesi si appropriano del ruolo di committente e lo devono saper gestire mettendo a punto la giusta strategia attraverso la definizione dei criteri che saranno alla base della manifestazione di interessi.

L'anno scorso abbiamo organizzato una mostra al Museo Maxxi dedicata agli esiti dei concorsi, sul nostro sito ediliziadiculto abbiamo lanciato due rubriche ‘una chiesa al mese’ e ‘un libro al mese’ per promuovere una cultura su questi temi. Ancora, mi chiedo perché tra i tanti pellegrinaggi ai santuari italiani non si possa includere anche qualche visita ad un’architettura sacra contemporanea. L’architettura sa comunicare, per questo vanno create occasioni di comunicazione dell’architettura.

A Viareggio, Forlì e Cinisi avete promosso tre ‘percorsi diocesani’, che differenza c’è con i progetti pilota dei concorsi di architettura indetti negli anni passati?
Qui la Cei si fa comittente insieme alle diocesi e condivide il percorso dalla definizione dello studio di fattibilità, alla redazione del dpp, alla costruzione di un laboratorio di pensiero, incentivando anche la scoperta e la conoscenza di luoghi d’arte e d’architettura contemporanei. Ogni realtà è diversa, a Viareggio ad esempio abbiamo valutato la necessità di una consulenza da parte di un sociologo e di un esperto in psicologia dell’architettura.

Dopo le recenti esperienze di Lamezia e Sorrento, la Cei sceglie orientativamente la via del concorso ristretto, come mai?
In queste due diocesi sono stati fatti concorsi aperti, da poco aggiudicati, con una partecipazione di 100 e 200 persone. Non possiamo permettercelo se vogliamo essere seri nella fase di valutazione.

La Cei ha lavorato anche con le due star italiane, Fuksas e Piano, come si è trovata?
Fuksas ha costruito la chiesa di Foligno, nata da un concorso. L’architetto romano è interessato alla comunicazione dell’architettura, ma non dedica attenzione agli aspetti funzionali (con evidenti ricadute ora nell’uso degli spazi tanto che i parrocchiani lamentano il caldo). Diverso è stato il coinvolgimento di Renzo Piano che ha progettato la chiesa di San Pio a San Giovanni Rotondo: Piano ha ascoltato molto e nella chiesa di vive bene, il benessere è assoluto.

All’ultimo anno del suo mandato, qualche desiderio per chiudere al meglio il suo percorso?
Tante cose ma quella che più mi interessa è un convegno dedicato all’arte. Magari accostando il tema del sacro alla liturgia, alla musica e alla letteratura.

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