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Festival Architettura in Città a Torino. Sconfinamenti naturali. Dialogo tra il paesaggista Andreas Kipar e la ricercatrice Simona Galateo

Da aeroporto a parco pubblico attrezzato, la metamorfosi di Tempelhof a Berlino

di Paola Pierotti | pubblicato: 10/07/2015
Siamo diventati nomadi e in questa condizione cerchiamo paesaggi che si adattano e rispondono a questa nostra condizione di instabilità
Andreas Kipar
Da aeroporto a parco pubblico attrezzato, la metamorfosi di Tempelhof a Berlino
Siamo diventati nomadi e in questa condizione cerchiamo paesaggi che si adattano e rispondono a questa nostra condizione di instabilità
Andreas Kipar

Un anno fa i cittadini berlinesi sono stati chiamati a votare tramite referendum sullo sviluppo urbanistico di Tempelhof, ex aeroporto militare e civile di Berlino trasformato dal 2009 in un parco pubblico di 386 ettari. Nel 2010 era stato indetto un concorso e si contava di insediare un mix di zone residenziali, unità commerciali, la biblioteca di Stato e una nuova stazione del collegamento di superficie; nonostante l’amministrazione abbia tentato di promuovere il valore aggiunto di questo piano, la cittadinanza non ha manifestato il proprio consenso e si è riunita nell'associazione “100% Tempelhof Feld” per salvaguardare l’area. Risultato? Il blocco del progetto e la riapertura del dialogo con i cittadini per definire un nuovo assetto. Andreas Kipar, architetto e paesaggista italo-tedesco fondatore dello studio Land con base a Milano è stato in giuria nel maxi-concorso per la valorizzazione dell’ex aeroporto; ha seguito da vicino lo sviluppo del processo di riconversione ed è altrettanto attento al piano B voluto dal basso, dove oggi sono coinvolti più di diecimila cittadini che partecipano al dialogo, votano online e propongono idee per migliorare l’offerta sportiva e culturale della città. “È finito il tempo in cui le cose erano ben determinate: c’erano industrie, parchi e abitazioni ben separati; ciascuno aveva il proprio posto di lavoro e separava l’attività professionale da quella per il tempo libero. Siamo diventati nomadi – racconta Kipar – e in questa condizione cerchiamo paesaggi che si adattano e rispondono a questa nostra condizione di instabilità. I parchi francesi degli anni ’80 sono diventati obsoleti: sono imbrigliati; mentre tra i progetti più attuali e interessanti ci sono processo che coinvolgono la comunità come quello in corso per la rinascita del parco di Tempelhof”.

L’ex aeroporto della città tedesca è storicamente un simbolo della lotta per la libertà della città di Berlino e il coinvolgimento dei cittadini dimostra che rimane un’importante testimonianza per quanti lottano per partecipare alla costruzione di un futuro diverso e in questo caso per salvare un grande parco. “In questo caso è stato addirittura ritirato il progetto di un concorso, approvato e finanziato, per favorire un’idea guidata dalla temporaneità dell’azione dei cittadini. Si vuole reinterpretare il rapporto tra cultura e natura, come accade in tanti parchi fluviali in giro per il mondo”. Ogni paesaggio ha la sua anima “e in un tempo di massima globalizzazione – dice Kipar – si sta recuperando un rapporto molto intimo con il paesaggio di riferimento, rispetto al quale è richiesta anche una grande umiltà da parte del paesaggista. Teniamo presente che spesso quando arriva un architetto, l’edificio è da costruire; quando arriva un paesaggista, il paesaggio c’è”.

Il paesaggio è parte integrante del nostro ambiente, che lo si voglia chiamare antropizzato (visto che di naturale c’è rimasto ben poco alle nostre latitudini) o urbano. “Oggi, soprattutto dopo la crisi economica del 2008 si registra un ritorno felice e sempre più evidente agli spazi aperti come luogo dell’incontro e dello scambio tra comunità. Il vero motore della trasformazione che l’agricoltura urbana porta nelle nostre città è il senso condiviso della comunità che gli ruota attorno, come attore principale attivo nella sua gestione o solo come fruitore di quegli spazi”. Così dice Simona Galateo, progettista, curatore e autore, che pubblicherà entro la fine anno il volume “GREEN cities / URBAN agriculture”: un piccolo atlante, una raccolta di esempi di progetti e attività di ricerca sviluppati come risposte interessanti, sperimentali e provocatorie, sul tema dell’auto-produzione del cibo in ambito urbano e l’organizzazione di nuove comunità come motore di rigenerazione urbana. “Lungi dal pensare davvero che l’agricoltura urbana minuta sarà davvero la fonte di salvezza per il reperimento del cibo nel prossimo futuro, resta l’importanza di una comunità che cresce – dice Galateo - attivando azioni precise di rinnovamento e di generazione di nuove realtà o persino modelli”.

In Italia c’è una lunga tradizione sul paesaggio e si fa molta ricerca ma non è considerato una pratica progettuale necessaria. “In Francia – commenta la ricercatrice - ogni singolo piccolo comune ha nel proprio staff il suo architetto paesaggista, e questo è il segnale di un atteggiamento che sottende alle attività di trasformazione del territorio e della consapevolezza dell’energia vitale che questi spazi generano all’interno dei tessuti urbani”.

Simona Galateo. L'isola di Pepe Verde a Milano. (il video del Festival di Torino)

Andreas Kipar. Nuove forme di coltivazione sociale. (il video del Festival di Torino)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tag: città; masterplanning; spazi pubblici
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