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Intervista all’architetto di Crema, ispiratore del messaggio del "rammendo", nel team del gruppo 124 con Renzo Piano

Ermentini: Cura del territorio, con timidezza e umiltà. Investire sulla vocazione all’immaginazione degli architetti

di Paola Pierotti | pubblicato: 27/03/2020
"L’architettura non può più essere la stessa di prima, necessita una grande svolta che la trasformi da parassita a simbionte della terra e che la riconduca a un lavoro per la vita, e non a una produzione d’immagini da pubblicare"
Marco Ermentini
Ermentini: Cura del territorio, con timidezza e umiltà. Investire sulla vocazione all’immaginazione degli architetti
"L’architettura non può più essere la stessa di prima, necessita una grande svolta che la trasformi da parassita a simbionte della terra e che la riconduca a un lavoro per la vita, e non a una produzione d’immagini da pubblicare"
Marco Ermentini

Marco Ermentini, una delle anime del gruppo 124 al fianco di Renzo Piano, da anni si occupa del tema dell’emergenza e la parola “rammendo”, che lui stesso aveva proposto, è diventata il cuore del messaggio trasmesso dal team guidato dall’architetto-senatore. Affrontando le questioni legate alle periferie, e poi alla ricostruzione post-sisma, anche con un impegno nel progetto Casa Italia - per promuovere la sicurezza degli edifici contro il rischio sismico e non solo - la parola chiave è stata sempre quella della “cura”, della prevenzione attenta e intelligente del territorio.

Ermentini vive e lavora a Crema, in una delle aree più colpite dal Covid-19. Quale lettura del territorio e della comunità, con gli occhi di un architetto?
La Lombardia è un caso emblematico. Al di là di questo momento drammatico per tutti, se ci soffermiamo a osservare cosa è accaduto nel recente passato nelle nostre città, nel nostro paesaggio, pensandoci bene il disastro davanti ai nostri occhi è spesso proprio un problema di mancanza di cura, d’incuria, di disamore. C'è un abitare indifferente alle cose e agli altri che si è stratificato negli anni. Il problema del nostro tempo è proprio l'insufficienza del sentire.

E la cura è un atteggiamento indispensabile, soprattutto ora, e vuole dire prendersi a cuore, preoccuparsi, dedicarsi a qualcosa, avere premura, prestare attenzione. C'è una cura che ripara. Dove sono presenti le ferite, negli edifici, nelle periferie e nel territorio, le tecniche di cura continua, assidua, attenta e intelligente possono costituire una vera e propria azione di rammendo che ripara.

Guardando al domani, che ruolo avranno gli architetti?
Sono convinto che, nonostante il cupo presente, ci siano molti indizi del nuovo corso: il progettista da guaritore miracoloso e frettoloso diviene curatore attento e paziente. Certo, negli ultimi anni questa figura è venuta meno, è stata relegata al ruolo di truccatore, di abile stilista che si occupa della pelle, della cosmetica, degli edifici quando ormai tutto è stato deciso. È un peccato perché in realtà, il ruolo dell'architetto è fondamentale nella società e lo sarà sempre di più, si tratta di un compito di regia importantissimo: la sua capacità di sintesi delle diverse discipline è l'unica che possa garantire ottimi risultati nell'intervento sul territorio, la sua vocazione all’immaginazione permette di prefigurare scenari alternativi per il futuro, la sua attività multiforme che coordina gli aspetti tecnici e umanistici è essenziale per favorire la vita dell'uomo sulla Terra. 

Come trasformare quindi la crisi in opportunità?
I grandi progettisti sono stati dei visionari concreti e si sono spesso occupati di emergenze. Forse l’esempio più interessante è quello di Jean Prouvè che dal 1935 ha creato dei prototipi e nel ‘54 ha brevettato e costruito un piccolo capolavoro: la casa prefabbricata di 57 mq che si monta in due persone in sole sette ore. Il progetto di Carlo Ratti e Italo Rota e specialmente l’esempio di modulartaskforce sono di grande interesse e potrebbero risolvere molti casi. Per ora in Lombardia (fatto salvo per il progetto di riconversione della fiera di Milano in ospedale, ndr) si montano le tende da campo, bene ma sarebbe opportuno studiare delle soluzioni migliori. Certo, sarebbe ancora meglio che le crisi non venissero e che fossimo capaci di cambiare nel tempo ordinario.

Post-Covid, anche per l’architettura non sarà tutto come prima..
Viviamo in un tempo straordinario di cambiamenti. Il più trascurato degli oggetti comuni del nostro pensiero da almeno un secolo è il mondo. È giunto il tempo di conoscere il mondo comprendendo che non siamo più i soli a parlare o a scrivere: tutte le cose del mondo lo fanno. Non siamo più al centro dell’universo, l’uomo e il mondo sono fatti della stessa carne e questa emergenza virale lo fa capire proprio tutti i giorni. Così anche l’architettura non può più essere la stessa di prima, necessita una grande svolta che la trasformi da parassita a simbionte della terra e che la riconduca a un lavoro per la vita e non a una produzione d’immagini da pubblicare.

Ermentini hada poco pubblicato “Il segreto della carezza, ovvero ideario di restauro timido”. Perchè la timidezza?
L’umanità diviene umana quando inventa la timidezza e l’umiltà, virtù positive che ci fanno riscoprire che siamo parte della biosfera, condividendo con tutti gli altri viventi la responsabilità verso ciò che vive.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tag: città; salute
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