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De Carlo: "Koolhaas: architetto geniale ha fatto le sue fortune andando contro le buone regole del costruire e contro la comodità"

Commenti e suggerimenti dal network PPAN per le prossime Biennali

di Paola Pierotti | pubblicato: 05/12/2014
"Le Biennali? Il loro ruolo è da ripensare, non sono più luoghi di aggiornamento vista la moltitudine di canali mediatici. Non sono luoghi di confronto, dato che ogni curatore le modella a propria immagine e somiglianza, poco interessato a farsi mettere in discussione. Meglio sperimentare, rischiare, ritornando alla vocazione originaria, presentare il nuovo, i più giovani, o meglio cose non note, poco conosciute e significative"
Alberto Cecchetto
Commenti e suggerimenti dal network PPAN per le prossime Biennali
"Le Biennali? Il loro ruolo è da ripensare, non sono più luoghi di aggiornamento vista la moltitudine di canali mediatici. Non sono luoghi di confronto, dato che ogni curatore le modella a propria immagine e somiglianza, poco interessato a farsi mettere in discussione. Meglio sperimentare, rischiare, ritornando alla vocazione originaria, presentare il nuovo, i più giovani, o meglio cose non note, poco conosciute e significative"
Alberto Cecchetto

Livio De Carlo, Alberto Cecchetto, Paolo Viola e Luca Colomban scrivono a PPAN per commentare l'articolo di Gabriele Del Mese dedicato alla Biennale 2014 "La Biennale di Venezia? Da rifondare per interrompere il lascito di messaggi sterili". Idee e spunti per La Biennale che verrà, commenti sui 'Fondamentali' dell'architettura e sullo stato della professione in Italia (e non solo).

Mail da Livio De Carlo

Dopo la mia visita alla Biennale 2014 avevo appuntato degli schizzi, che anche ora mi piacciono: Torcello, l'abside della cattedrale di Murano, il Palazzo Ducale a Venezia. Si tratta di capolavori assoluti, di architetture eccezionali che ci emozionano.
Con l'architettura del nostro tempo è tutto più difficile, ma la proposta di Koolhaas con le sue liste e campionari mi è parsa un po’ una presa in giro anche perché viene da un architetto, geniale e grande promotore della sua opera in tutto il mondo, che ha fatto le sue fortune andando contro le buone regole del costruire, contro la comodità e la ragionevole disposizione delle parti.
Da ragazzo lavoravo da Herman Hertzberger quando andai a Den Haag a visitare il nuovo Dance Theater di Koolhas e ne rimasi veramente colpito: forte, brutale, portava l'arte e la grafica del tempo nell'architettura. Solo non capii perché non avesse messo neanche un pezzo di pensilina sull'ingresso, pioveva e ci siamo bagnati tutti! E anche altri vari altri aspetti pratici erano stati volutamente tralasciati. Mi spiace solo non essere più giovane, perché credo anch'io che un team di 30-40enni veramente entusiasti potranno fare molto meglio degli archi-star degli ultimi anni.

Mail da Alberto Cecchetto

Il commento di Gabriele Del Mese è chiaro e condiviso. Soprattutto il richiamo ad un'etica del lavoro e della professione che il questo paese da anni non sembra essere un problema. All'Accademia e alle università italiane della professione non interessa granché, come controcampo a gran parte dei professionisti interessa soprattutto la parcella.
A chi interessa ancora la verità del costruire, come diceva Le Corbusier, la ricerca dell'onestà intellettuale, della voglia di sperimentare, di rischiare rispettando i luoghi, i contesti, i vari punti di vista disciplinari?
Tutti dovremmo impegnarci nel ricostruire un'onesta professionale, innalzando il livello medio delle nostre architetture e delle città, più che auspicare un mondo di opere uniche, di oggetti autoreferenziali, che promuovono un'architettura fatta di episodi irripetibili che si autolegittimano. 
E le Biennali? Il loro ruolo è da ripensare, non sono più luoghi di aggiornamento vista la moltitudine di canali mediatici. Non sono luoghi di confronto, dato che ogni curatore le modella a propria immagine e somiglianza, poco interessato a farsi mettere in discussione. Sono occasioni di auto-rappresentazione, di presenzialismo, l'importante è esserci.
Meglio sperimentare, rischiare, ritornando alla vocazione originaria, presentare il nuovo, i più giovani, o meglio cose non note, poco conosciute e significative.
Ci vogliono curatori generosi e coraggiosi. Ma la messa in crisi delle certezze, che ha avuto un grande artefice proprio in Rem Koolhaas, produce timori e paure. Meglio quindi andare il sicuro, sui soliti superiori. Credo che succederà anche per il prossimo curatore. Scommettiamo?

Mail da Paolo Viola

Rispetto alla proposta di Gabriele Del Mese penso che un gruppo o un atelier di giovani architetti userebbe la Biennale per diventare rapidamente un gruppo o un atelier di star!
Penso piuttosto che la Biennale non debba essere curata da architetti ma da intellettuali o critici, cioè non da chi fa il progetto ma da chi sa leggere e interpretare il risultato del progetto.
La musica non va giudicata dai compositori ma dagli ascoltatori, la poesia non va giudicata dai poeti, ma dai loro lettori). So che gli architetti, i musicisti e i poeti non sono d’accordo, ma io insisto.

Mail da Luca Colomban

Cinque punti sui Fundamentals dell'Architettura dopo aver letto il commento di Gabriele Del Mese.
Uno. L'architettura contiene in sé la domanda, il dubbio. Un'opera di architettura è fondata su domande cui si è cercato di dare soluzione, un capolavoro dell'architettura continua nel tempo a generare dubbi e suggerire risposte. L'edilizia da questo punto di vista è muta, prescinde dalle domande e si limita ad assolvere a puntuali esigenze. La nostra professione è quindi un sentiero tortuoso ed incerto, predilige il ragionamento lento e meditato, dovrebbe prevedere il ripensamento, l'errore e la correzione, ma mai smettere di interrogarsi.
Due. L'architettura è cosa di questo mondo, chi si dedica a questa professione non ne può prescindere e non può estraniarsi, non si può permettere di vivere ai margini o di esserne annichilito, lo deve abitare e capire, semmai interpretare con spirito critico. Ma se la disponibilità del professionista al sacrificio - di tempo, di energie, di rigore – viene tradita fino ad alienarlo dalla realtà che lo circonda, allora ciò che potrà produrre sarà difficilmente una buona architettura.
Tre. L'architettura è quotidianità, non eccezione. Sarà pur vero che nella storia si susseguono mode, stili, epoche, ma fare architettura è una necessità costante che non conosce interruzioni, neanche in tempi di crisi economica, in tempi di guerre o distruzioni. Eppure proprio nell'era delle archi-star e delle costruzioni-icona note ad un pubblico ben più vasto degli addetti ai lavori, la gran parte dei professionisti che in silenzio si occupano del 99% del costruito vedono la loro professione banalizzata, ingabbiata e privata di opportunità.
Quattro. L'architettura è una questione di relazioni umane. Quelle che si instaurano tra il soggetto e lo spazio che abita, quelle tra il progettista e il cliente che generano il progetto, quelle tra diversi professionisti che trasformano il progetto in costruzione. La tecnica, la norma, l'economia, sono tutti elementi che concorrono al processo, ma l'architettura resta innanzitutto una disciplina “sociale”.
Cinque. L'architettura necessità della serenità. Genera e si nutre di molti altri sentimenti, ma nessuno è più importante della serenità. Un'architettura può piacere oppure no, può funzionare più o meno bene, ma se non è in grado di ospitare la serenità di chi la vive non è una buona architettura. Chi la vuole realizzare, non penso possa riuscirci senza praticare la professione con eguale serenità.
L'architetto dovrebbe dunque essere curioso, servirsi del dubbio come strumento, lavorare con ponderatezza; la vita dell'architetto dovrebbe essere dedicata ma non sacrificata alla professione; il lavoro dell'architetto dovrebbe confrontarsi quotidianamente con la schietta realtà, non evaderne; l'architetto dovrebbe farsi complice del cliente e parlare lo stesso linguaggio dei suoi collaboratori. Sopratutto l'architetto dovrebbe svolgere il proprio lavoro con serenità: se la burocrazia, la cattiva amministrazione, l'irruenza di finanza e politica, il tecnicismo, le ingerenze della clientela e altre distrazioni ne assorbono le risorse, del suo mestiere resta molto poco.
Poter fare il proprio lavoro con efficacia e serenità: questo chiede chi crede nella propria professione, non la ricchezza, non la fama o il posto fisso. Ed anche se in Italia gli architetti sono un numero spropositato, finché vedrò il degrado che rovina le città, le periferie, l'urbanizzazione diffusa e il paesaggio, finché noterò così poca attenzione alla qualità media dell'architettura, finché mi troverò d'innanzi ad interlocutori palesemente inadeguati in ruoli strategici, non smetterò di pensare che ci sia ancora bisogno di chi, senza essere un genio, vive la professione con dignità e passione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tag: cultura
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